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“Do you speak PowerPoint?”

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I segreti dell’arte di presentare 

di Paolo Brunello

 

 

Che si tratti di vendere, di spiegare, di celebrare, di coinvolgere, una comunicazione efficace è fondamentale per risultare convincenti e raggiungere il proprio obiettivo.

Come esseri umani non possiamo non-comunicare’, perché anche se stiamo fermi e zitti, chi ci guarda cerca di interpretare il senso del nostro comportamento. Più precisamente, la primissima domanda che ognuno si pone istantaneamente ad ogni incontro con uno sconosciuto è: “Ma io di quello/a lì, mi posso fidare?”

E se la risposta è sì, la seconda domanda è: “Ma quello che mi comunica, m’interessa?”

Ovvio vero? Eppure quando cambiamo ruolo e vestiamo i panni dell’’emittente’, di colui che parla, spesso ci dimentichiamo che sono proprio queste le due domande fondamentali che naturalmente ci poniamo quando ascoltiamo, e che continuamente si pongono coloro che vogliamo convincere.

Quando “andiamo in scena” per presentare le nostre idee, è facile scivolare nella tendenza a prestare più attenzione a quello che ci siamo ripromessi di dire che alle reazioni di chi ci ascolta. A mio parere, l’utilizzo sempre più diffuso di programmi quali Microsoft PowerPoint o simili per rendere più accattivanti i nostri messaggi non ha fatto che accentuare questa tendenza, perché il discorso “si può appoggiare” alle slide come uno zoppo ad una gruccia; non è più necessario “impararsi il discorso a memoria”: basta guardare la slide! E allora ollé! Chi più ne ha più ne metta! Slide zeppe di testo, punti e sottopunti, grafici e diagrammi, finiscono per annacquare il vino del nostro messaggio, perdendo di incisività: esattamente il contrario di quanto ci proponevamo di ottenere grazie ad esse!

Infatti, molti ignorano due principi del funzionamento della mente ormai consolidati dalla psicologia cognitiva:

  1. 1) il nostro cervello è in grado di elaborare in media 5±2 elementi alla volta;
  1. 2) la somministrazione di input verbali contemporaneamente per via visiva e uditiva – come nel caso del testo delle slide – crea un’interferenza percettiva che degrada il messaggio anziché rafforzarlo. In altre parole, leggere e ascoltare contemporaneamente ostacola la comprensione.

Purtroppo sembra che i 27 anni dal lancio di PowerPoint e i milioni di presentazioni fatte in tutto il mondo non siano bastati a diffondere questi due concetti chiave. Presentazioni soporifere, stracolme di testo e dati, spesso scritti troppo in piccolo per poterli leggere, grafici incomprensibili, animazioni distraenti, immagini superflue… chi non è mai stato vittima della cosiddetta ‘morte da PowerPoint’ – o Death by PowerPoint, all’americana – alzi la mano! Al giorno d’oggi è quasi impossibile sfuggirne.

Sembrerebbe proprio che questo strumento dalle grandissime potenzialità invece di supportare ed amplificare l’efficacia dell’arte oratoria, si sia sostituito ad essa, facendoci dimenticare le raffinatezze retoriche tramandateci dai grandi oratori fin dall’antichità. Ma l’uomo, adesso come allora, si nutre di storie, non di slide. Ritengo che si debba pensare alla presentazione come ad un genere teatrale, ad una forma di spettacolo, di narrazione, una vera e propria nuova lingua. Quando si adotta questa prospettiva, cambia completamente l’uso che si fa del PowerPoint, che sta alla storia come la telecamera al regista di un film. Come insegna Steve Jobs, fondatore della Apple e speaker ormai leggendario, prima si scrive la trama, poi lo storyboard e poi si va in scena: è solo quando si riesce ad avvincere il pubblico che lo si convince. Chi vi ascolta deve voler “abitare” la vostra presentazione, vestire quei panni che avrete sapientemente preparato per lui o per lei, sia che stiate presentando un progetto, vendendo un prodotto, illustrando una ricerca, celebrando un risultato.

Per ottenere tutto questo PowerPoint può effettivamente rivelarsi utilissimo ed efficace, ma per sfruttarlo al meglio bisogna conoscerne tanto le potenzialità quanto i limiti e soprattutto bisogna avere le idee chiare sull’effetto che si vuole ottenere su chi ci ascolta.

È un’arte che si impara. Dove? Qui

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