La minoranza di pensiero e di azione nella aziende |
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Vario è bello LEONARDO FRONTANI La minoranza di pensiero e di azione nella aziende Sono stato consulente di aziende dove le persone correvano nei corridoi e dove uscire alle 18,00 era quasi sacrilego. Ho visto persone demotivate riuscire ad attingere al massimo della propria professionalità per affrontare incomprensibili cambiamenti della politica aziendale o operazioni finanziarie creative che avrebbero modificato anche la loro vita creando insoddisfazione e stress. Tutto ciò che era prodotto dell’individualità era di ostacolo al “pensiero aziendale” con meta obiettivi non discutibili da nessuno. Oggi le organizzazioni moderne sperimentano l’esigenza di sviluppare una maggiore attenzione al concetto di Diversità e non solo per ciò che riguarda il bagaglio individuale di pensieri ed emozioni. Il concetto di Diversità è connesso a quello di minoranza e trova la sua certificazione solo in seguito alla definizione di una cultura dominante da parte della presunta maggioranza. In realtà la minoranza non è definita da fattori numerici, né da gap delle capacità individuali. La minoranza è una emanazione per la quale si suppone una possibile riduzione di opportunità e accesso alle risorse dal punto di vista professionale. Un azienda etica, moderna, che vive nell’era dell’accesso (Jeremy Rifkin), non ignora la diversità, ma stimola la condivisione culturale allo scopo di perseguire un arricchimento sociale e spirituale delle risorse umane, vero patrimonio dell’azienda stessa. Diversity è un problema di cuore e mente misurabile e l’azienda che sceglie di occuparsene si avvia verso un point of no-return di modernità e giustizia sociale. Ho lavorato con managers che spingono il proprio staff come i pastori conducono il proprio gregge in montagna in cerca di pascoli più floridi. Li ho visti disposti a perdere lungo il cammino pedine importanti pur di perseguire la policy aziendale e non creare un precedente. Li ho visti esercitare un paternalismo narcisista nei confronti di coloro che credevano che cambiare le regole per migliorare fosse legittimo. E’ stata una evoluzione naturale quella che mi ha portato a credere con fermezza che un’azienda che persegue il successo ha bisogno di emozioni, di colorare la sua storia di passioni e intraprendere un cammino avventuroso. Le aziende sono fatte da uomini con le loro debolezze e contraddizioni, ma anche con la volontà di costruire, di lasciare un segno e di dare un corpo ad idee apparentemente irrealizzabili. La storia delle aziende di successo è fatta da leaders che hanno compreso che guidare gli altri significava trasferire in loro una parte dei propri sogni e allo stesso tempo fare propri con discrezione i sogni di ogni singolo collaboratore. Il “padrone” ed i “managers yuppies” non rispecchiano più la moderna visione di azienda etica che potrebbe cambiare radicalmente le leggi del mercato. L’attenzione si sposta dalla regola del profitto al talento individuale che viene donato al gruppo per acquisire un vantaggio competitivo e creare valore. Il manager esercita l’ascolta attivo e s’interessa veramente ad ogni singolo collaboratore. Vengono proposti alle aziende strumenti nuovi capaci di aggregare energie eterogenee sensibilizzando il management alla diversità. Il personale viene allenato a superare i falsi limiti cristallizzati. Queste persone nelle loro diverse funzioni, ogni giorno affrontano il traffico della grandi città ed il bilancio di una vita mai completamente in attivo per acquisire risorse per il loro sostentamento e quello della loro famiglia; il lavoro impegna un terzo della loro giornata e sono in grado di sviluppare immense quantità di energia creativa devastante ed affascinante come quella di un incendio che divora una foresta di conifere. Mi chiedo quale potrebbero essere i risultati per un azienda che riuscisse a convogliare tale incontenibile energia verso obiettivi comuni, ben definiti e fatti intimamente propri da tutti i protagonisti in gioco, similmente ad un laser che agisce con perizia sulla delicatissima cornea, questa volta non per distruggere, ma per curare. Leonardo Frontani |











