Non si può non comunicare |
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È evidente, ma qualche volta ce lo dimentichiamo Giancarlo Polenghi Non si può non comunicare
Anche chi si rifiuta di comunicare comunica. Per esempio come fa la persona che, dopo aver indossato occhiali scuri, si siede accanto ad un compagno di viaggio immergendosi nella lettura: sta comunicando che vuole essere lasciato in pace, e che desidera dedicarsi al suo libro. Il paradosso della impossibilità della non comunicazione, – che si applica tanto agli individui come ai gruppi, alle organizzazioni, alle imprese – mette in luce la distinzione tra la comunicazione attiva e consapevole e quella che potremmo definire passiva, ossia quella che ha luogo senza che noi ce ne rendiamo conto, per il solo fatto di essere presenti, di esistere, e per questa ragione anche di essere osservati da altri. La comunicazione non è quello che dico, ma quello che il mio interlocutore intende, e se io non sono consapevole dei messaggi che sto inviando, perché appunto non li percepisco, avrò, gioco forza, meno possibilità di trasmettere con successo quello che mi interessa. È un problema di governo della comunicazione che si riflette nello schema della finestra di Johari, (quella con le quattro aree: la sfera pubblica, della consapevolezza partecipata, la sfera privata, della consapevolezza non condivisa, la sfera dell'inconsapevolezza, in cui il soggetto non sa di sé stesso quello che altri vedono benissimo e perciò lo rende vulnerabile, ed infine la sfera dell'inconscio profondo, ossia di ciò che né il soggetto né gli altri vedono). Se da una parte non possiamo evitare di dire più di quello che vogliamo, dall'altra è chiaro che la differenza tra chi è abile a comunicare e chi non lo è sta proprio nel peso che l'area di inconsapevolezza/debolezza assume. Se la questione della “consapevolezza della comunicazione” è di grande interesse per i singoli e per le loro interazioni in ambito sia personale sia lavorativo, non lo è certo di meno per i gruppi, per le organizzazioni o le imprese. Gli struzzi che mettono la testa sotto la sabbia nondimeno palesano il loro imbarazzo ad affrontare la realtà, e questo è proprio quanto fanno le imprese che non pianificano le loro attività di comunicazione. Quante imprese si comportano come se non sapessero che non è possibile non comunicare? Quante imprese hanno davvero capito le conseguenze di tutto ciò? Non sarebbe utile accettare di buon grado di occuparsi di quanto comunque avviene, imparando ad imprimere alla comunicazione una direzione univoca e coerente, comprendendo che il fare e il comunicare sono alla fin fine la stessa cosa e che, anche come organizzazione, se si respira … non si può fare a meno di comunicare? Pensiamoci ed agiamo. Giancarlo Polenghi - tratto da Gruppo Mcm
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